La riflessione contemporanea nei campi della filosofia politica, della sociologia e della storia, ma anche nella percezione comune, sembra tendere verso una crasi tra la dimensione materiale del potere — ovvero la frattura ontologica tra chi possiede e chi è privo — e l'architettura delle ideologie. In questo scenario emerge una tensione dialettica: da un lato, la permanenza storica del conflitto per le risorse materiali; dall'altra, il carattere specifico attuale in cui le ideologie sembrano aver perso la loro tradizionale capacità di mobilitazione universale e di sintesi strategica. Il materialismo storico di Marx ed Engels ha formalizzato questa dinamica attraverso la polarità tra struttura e sovrastruttura. Nella loro prospettiva, la base economica — l'insieme delle forze produttive e dei determinati rapporti sociali di produzione — costituisce l'ossatura reale della società, su cui si eleva una sovrastruttura giuridica, politica e culturale. L’ideologia vi opera un capovolgimento della realtà: non si presenta come una pura astrazione disinteressata, ma possiede una funzione apologetica. Come chiarito ne “L'ideologia tedesca”, le idee dominanti di un'epoca sono le idee della classe dominante, la quale conferisce alla propria visione parziale e ai propri interessi la forma dell’universalità, spacciandole per l’ordine naturale delle cose o la migliore della ragionevolezza umana. Tuttavia, ridurre l'intera parabola umana a un riflesso passivo del conflitto economico significherebbe ignorare la forza autonoma e generativa delle idee. Max Weber, nel suo saggio "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo", ha dimostrato che il legame tra economia e cultura è caratterizzato da una complessa causalità reciproca. Introducendo il concetto di affinità elettive, Weber illustra come certe visioni teologiche, in particolare la dottrina calvinista della predestinazione e la concezione del lavoro secolare come vocazione terrena, abbiano favorito la nascita della razionalità economica d'impresa, trasformando la condotta di vita e generando lo spirito del capitalismo moderno. Weber sostiene in termini generali che non sono le idee in modo diretto, bensì gli interessi materiali e ideali a dominare l'agire umano; cionondimeno, le concezioni del mondo create dalle idee hanno spesso agito stabilendo i binari lungo i quali la dinamica degli interessi ha fatto avanzare l'evoluzione umana. Negli ultimi secoli e in particolare tra il XIX e il XX secolo, le ideologie non si limitavano a regolamentare la distribuzione delle ricchezze, ma assumevano una natura di veri e propri progetti di civiltà. L'esercizio del potere non è mai stato un atto neutro: avviene inevitabilmente all'interno di uno spazio valoriale che ne orienta il fine, mirando all'emancipazione egualitaria o alla riproduzione gerarchica dell'ordine costituito. Chi era escluso non si mobilitava soltanto per una quota marginalmente maggiore di ricchezza o per un miglioramento salariale, ma lottava per l'instaurazione di un paradigma etico e antropologico alternativo. La storia testimonia costantemente questa tensione trasformativa a partire dai movimenti radicali della prima modernità. Gli anabattisti di Thomas Müntzer durante la Guerra dei contadini tedeschi del Cinquecento, ad esempio, non chiedevano semplici sgravi feudali ma concepivano la terra come un bene comune divinamente ordinato, rivendicando il rovesciamento millenaristico delle gerarchie temporali e ecclesiastiche. La stessa spinta ha animato il movimento operaio e socialista tra Ottocento e Novecento. La breve ma significativa esperienza della Comune di Parigi del 1871, ad esempio, segnò una svolta nella lotta di classe. In quel contesto la lotta di classe non era un mero contenzioso distributivo, ma la prefigurazione di una contro-egemonia fondata sull'autogoverno dei produttori, sul mutualismo e sull'internazionalismo.
Allo stesso modo, le lotte di liberazione anticoloniale del Novecento, incarnate nei movimenti panafricanisti e nell'indipendenza indiana, hanno mostrato come il riscatto dei subalterni non risiedesse solo nella riappropriazione materiale delle risorse, ma nella disarticolazione della subordinazione culturale e nella rifondazione universale della dignità umana. In tutti questi contesti il sacrificio individuale diveniva razionale perché iscritto in una totalità dotata di senso, capace di proiettare l'azione politica oltre l'interesse egoistico. Sebbene la frattura materiale rimanga immutata, la contemporaneità non segna tanto la fine assoluta delle ideologie, quanto il naufragio specifico di quelle forme dottrinarie tipiche del XIX e del XX secolo, strutturate attorno a visioni lineari della storia o alla centralità unificante del lavoro di fabbrica. Con la dissoluzione dei blocchi novecenteschi e l'affermazione di ciò che Mark Fisher ha battezzato come Realismo Capitalista, il modello di mercato non si presenta più come una tra le possibili filosofie dell'avvenire, ma come l'unico orizzonte immanente e naturale dell'esistenza. L'ideologia dominante si dissimula sotto le spoglie della neutralità tecno-manageriale, riducendo la politica da confronto tra visioni del mondo a mera amministrazione contabile dei dati economici e gestione tecnica delle crisi. Non bisogna tuttavia commettere l'errore di confondere l'esaurimento delle sintesi novecentesche con l'estinzione dell'ideologia tout court. Se da un lato la frattura tra élite globali e classi medie precarizzate si manifesta spesso come conflitto atomizzato, disperso in risentimenti individuali o in battaglie culturali particolaristiche prive di base comune che finiscono per operare nello stesso recinto economico di cui contestano solo le superfici, dall'altro questa frammentazione contemporanea può essere intesa anche come una decolonizzazione dei significati, ossia la consapevolezza critica che nessuna singola visione può più pretendere un'universalità totalizzante. All'interno di questo spazio plurale e discontinuo emergono infatti nuove e potenti narrazioni mobilitanti: dai neo-nazionalismi identitari ai movimenti radicali per la giustizia climatica, dalle ideologie digitali libertarie ai femminismi decoloniali. Pur non assumendo la forma della sintesi operaia novecentesca, queste correnti rivendicano orizzonti di senso, polarizzano il dibattito e orientano i conflitti, dimostrando che la dimensione ideologica continua a essere il terreno vivo e irriducibile in cui si combatte la contesa per l'ordine materiale e simbolico del mondo.