Per comprendere la natura delle trasformazioni che attraversano le società contemporanee, occorre innanzitutto interrogarsi sulla profonda metamorfosi che ha investito l'idea stessa di potere. Durante gran parte del Novecento, l'immaginario politico e filosofico è stato dominato dalla figura dell'architettura panottica. Da Jeremy Bentham sino alle celebri formulazioni di George Orwell e Michel Foucault, il controllo sulle vite umane veniva concepito come un'emanazione dello Stato Leviatano: un'entità centrale, visibile e pervasiva, dedita alla sorveglianza dei corpi e delle condotte con l'obiettivo di sanzionare la devianza e imporre un'omologazione disciplinare.
All'inizio del XXI secolo, tuttavia, l'avvento dell'era digitale e l'affermazione dei grandi mercati tecnologici hanno determinato una svolta epocale, imponendo quella struttura economico-politica che la sociologa Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza. In una prima fase storica, il potere politico statale non è apparso come il protagonista primario di questo cambio di paradigma: la sorveglianza non si è configurata originariamente come un imperativo autoritario d'ordine pubblico emanato dai governi, bensì come la logica dominante di un modello d'accumulazione privata ed extra-statale. In questo ecosistema guidato dai colossi della Silicon Valley, l'esperienza umana è stata sistematicamente estratta, quantificata e convertita in materia prima. Tracce di navigazione, geolocalizzazioni, dinamiche relazionali, parametri biometrici e stati emotivi non costituivano soltanto il sottoprodotto dell'erogazione di servizi digitali, ma alimentavano una riserva indefinitamente estendibile di surplus comportamentale. Tale patrimonio informativo veniva processato da algoritmi di apprendimento automatico non già per soddisfare i bisogni reali degli individui, ma per elaborarne predizioni ed eterodirigerne i comportamenti futuri a beneficio di inserzionisti e mercati finanziari.
Si è così instaurata un'inedita e profonda asimmetria epistemica. Le grandi piattaforme tecnologiche private sono diventate capaci di conoscere gli aspetti più intimi della vita di miliardi di individui, mentre i cittadini, le comunità e gli stessi governi democratici sono rimasti a lungo spettatori ignari circa le metriche e le logiche che governano i sistemi decisionali algoritmici. Come evidenziato da Frank Pasquale nelle sue analisi sulla società della scatola nera, ci si è trovati dinanzi a un monopolio della conoscenza che si è tradotto immediatamente in un monopolio del condizionamento. La libertà individuale non veniva soppressa attraverso editti o coercizioni fisiche visibili, ma veniva lentamente erosa alla radice, intaccando lo spazio della riflessione personale e della scelta autonoma.
Tuttavia, l'evoluzione più recente e drammatica del quadro globale segna il superamento di questa iniziale separazione tra sovranità statale e potere corporativo. Il potere politico, inizialmente rimasto ai margini o limitatosi a svolgere un ruolo di regolatore inerme, ha ceduto alla tentazione irresistibile di riappropriarsi degli strumenti di tracciamento e condizionamento di massa ideati dal mercato. assistiamo oggi all'affermarsi di una vera e propria compliance ibrida tra il potere politico e il monopolio delle Big Tech. Gli apparati statali e le élite di governo non si accontentano più di acquistare passivamente dati commerciali, ma stipulano alleanze strategiche, partnership di sicurezza nazionale e accordi di penetrazione sistemica nelle architetture di intelligenza artificiale di nuova generazione. L'esempio paradigmatico di questo riallineamento è rappresentato dalle recenti dinamiche che vedono i governi delle principali potenze mondiali — a partire da quello statunitense — integrarsi strettamente nella governance, nei finanziamenti e nelle infrastrutture informatiche dei leader dell'IA generativa, come dimostrato dalla rimozione delle clausole difensive storiche da parte di colossi quali OpenAI per consentire l'uso delle proprie tecnologie nei settori del Pentagono, dell'intelligence e della difesa nazionale.
Questo nuovo scenario apre una dimensione inedita e inquietante per le democrazie occidentali. Gli vecchi attori del mercato (le multinazionali digitali) e i nuovi attori della sovranità (le organizzazioni e i partiti politici) agiscono ormai in concorso d'interessi per piegare le medesime infrastrutture tecnologiche al doppio scopo del profitto privato e del controllo sociale. I sistemi di profilazione predittiva nati per vendere merci vengono riconvertiti in strumenti di ingegneria politica per manovrare le condotte delle masse, plasmare l'opinione pubblica ed erigere un'egemonia cognitiva permanente. Come sottolineato da Evgeny Morozov nelle sue riflessioni sulle illusioni della rete e sulla geopolitica del digitale, la democrazia viene così minacciata non da un totalitarismo tradizionale che distrugge la tecnologia, ma da un apparato tecnocratico in cui lo Stato e le corporazioni si scambiano continuamente ruoli e favori: il potere pubblico concede immunità e contratti milionari alle Big Tech, mentre queste ultime forniscono allo Stato la capacità invisibile di monitorare il dissenso e modulare il consenso elettorale.
Questa convergenza incide direttamente sulla sfera psicologica e relazionale dei cittadini. La riservatezza non può essere ridotta all'aspirazione individuale all'isolamento, bensì costituisce la condizione imprescindibile affinché l'essere umano possa formare le proprie idee, esplorare ipotesi non conformiste e sviluppare un pensiero critico al riparo da manipolazioni esterne. Quando l'individuo matura la costante consapevolezza — anche vaga o implicita — che ogni sua interazione digitale è soggetta alla duplice lente del tracciamento commerciale e della sorveglianza di Stato, subentra il fenomeno sociologico noto come chilling effect, o effetto di congelamento. La sensazione di essere sotto osservazione da parte di un'alleanza invincibile tra mercato e apparati di sicurezza induce inibizione, conformismo ed autocensura. Le persone tendono spontaneamente a rinunciare alla consultazione di fonti controverse, all'espressione di opinioni minoritarie o al contatto con la divergenza, preferendo uniformarsi alle condotte percepite come socialmente ed eticamente accettate dall'autorità costituita.
Per cogliere appieno le radici emotive e sociali che hanno consentito a questo complesso industriale-statale di integrarsi senza incontrare una massiccia resistenza collettiva, si rivela fondamentale la lezione sociologica di Zygmunt Bauman. Nel suo saggio Vite di scarto e nelle sue riflessioni sulla società sotto assedio e sulla modernità liquida, Bauman ha mostrato come il progressivo smantellamento delle garanzie dello Stato sociale e la deregolamentazione economica abbiano generato nella popolazione un pervasivo senso di insicurezza esistenziale e di precarietà. Di fronte a questa angoscia diffusa, il discorso pubblico ed economico ha operato un decisivo spostamento semantico: la richiesta di protezione sociale, di stabilità lavorativa e di tutela del futuro è stata sostituita da un'ossessiva domanda di sicurezza personale, fisica e poliziesca.
La sicurezza è diventata così una merce primaria, erogata attraverso la promessa di barriere protettive, sistemi di tracciamento, telecamere intelligenti e profilazioni predittive. In questo clima di ansia indotta, il cittadino viene costantemente sollecitato a cedere quote sostanziali di libertà individuale nell'illusione di ottenere in cambio una schermatura contro i pericoli imprevedibili del mondo contemporaneo. Ma, come avverte Bauman, il capitalismo globale produce inevitabilmente anche scarti umani, ovvero categorie di individui considerati superflui, marginali o non assimilabili nei circuiti del consumo e della produzione. Nella nuova era dell'alleanza tra Stato e Big Tech, la profilazione algoritmica automatizza e politicizza questa produzione di rifiuti sociali: chi manifesta un profilo economico debole, opinioni politiche non allineate o condotte non riconducibili ai parametri della conformità viene silenziosamente etichettato e penalizzato. In un mondo dominato dal panottico ibrido di Stato e mercato, la scelta di rimanere invisibili o non tracciabili non viene interpretata come l'esercizio di un fondamentale diritto alla riservatezza, bensì come un fattore di immediata pericolosità politica e sociale.
A fronte di questa deriva, la grande tradizione del pensiero giuridico e costituzionale italiano offre argomentazioni fondamentali per denunciare l'illegittimità del controllo totale. Stefano Rodotà è stato tra i primi giuristi a comprendere che l'informatizzazione di massa non rappresentava una pura questione tecnologica, ma una vera e propria ristrutturazione dei rapporti di forza. Nelle sue riflessioni sulla tecnopolitica e sul diritto di avere diritti, Rodotà ha teorizzato il passaggio fondamentale dall'Habeas Corpus — la storica garanzia di inviolabilità del corpo fisico di fronte all'arbitrio del sovrano — all'Habeas Data. Poiché l'estrazione continua dei dati personali costituisce una vera e propria proiezione digitale dell'individuo, il cosiddetto corpo elettronico, la tutela della riservatezza non significa proteggere un mero segreto privato, ma difendere l'autodeterminazione informativa come pilastro della dignità umana. Consegnare il corpo elettronico dei cittadini a una saldatura tra governi e corporazioni significa ridurli a soggetti esposti a un potere assoluto e privo di confini, azzerando le garanzie democratiche sancite dalla Costituzione.
In una prospettiva complementare, Luigi Ferrajoli ha sviluppato una profonda critica del modello securitario all'interno della sua teoria del garantismo. Ferrajoli denuncia con forza il travisamento concettuale per cui la sicurezza viene identificata con il rafforzamento dei poteri di polizia e di controllo. La vera sicurezza costituzionale coincide al contrario con la garanzia effettiva dei diritti fondamentali della persona contro qualsiasi forma di arbitrio, sia esso pubblico o privato. Quando le grandi corporazioni digitali agiscono come poteri selvaggi privati e si saldano con il potere esecutivo dello Stato, viene meno la stessa separazione dei poteri. Si crea così un sistema absolutistico di fatto in cui le garanzie costituzionali vengono aggirate mediante la privatizzazione delle funzioni di sorveglianza e la delegazione algoritmica delle decisioni pubbliche.
Questa incompatibilità tra controllo sistemico e democrazia viene richiamata anche dagli insegnamenti di Gustavo Zagrebelsky, Natalino Irti e Yuval Noah Harari. Zagrebelsky ha più volte ricordato come lo Stato di diritto e la democrazia costituzionale si fondino sull'idea di un diritto mite, capace di accogliere il pluralismo e di rinunciare all'illusione del controllo assoluto sulla società. L'aspirazione a prevedere e disciplinare in modo deterministico ogni condotta umana attraverso l'integrazione di IA aziendali e apparati statali distrugge la natura aperta e deliberativa del dibattito democratico. Dal canto suo, Natalino Irti ha analizzato la de-territorializzazione del diritto e il rischio che la legge statale venga esautorata dal potere dei mercati globali. Oggi assistiamo a un fenomeno ancora più complesso: lo Stato non viene semplicemente esautorato, ma stringe un patto con il codice delle piattaforme (Code is Law), trasformando la norma giuridica in un algoritmo di controllo preventivo. Come avverte Harari nelle sue più recenti riflessioni sull'impatto dell'intelligenza artificiale e sulle reti d'informazione, la fusione tra algoritmi d'élite e potere politico rischia di creare regimi di manipolazione cognitiva di massa senza precedenti storici, dove chi controlla l'infrastruttura informatica controlla l'immaginario e le decisioni di un'intera nazione.
Alla luce di questo quadro sociologico, geopolitico e giuridico, emerge in tutta la sua evidenza la fallacia del dogma che pretende di contrapporre la sicurezza dei cittadini alla conservazione delle libertà individuali. La tesi secondo cui la rinuncia alla riservatezza rappresenterebbe il prezzo necessario per garantire la protezione collettiva viene smentita dai fatti e dalle dinamiche tecniche dei sistemi complessi. Come ha documentato l'esperto di sicurezza Bruce Schneier, l'accumulo massivo di dati e la creazione di infrastrutture di sorveglianza capillari non generano maggiore sicurezza, ma producono una drammatica ed estesa vulnerabilità informatica. L'accentramento di immense banche dati personali in mano ad alleanze pubblico-private costituisce un bersaglio irresistibile per organizzazioni criminali e poteri ostili. Inoltre, le pressioni esercitate dagli apparati di sicurezza per indebolire le difese crittografiche delle comunicazioni private finiscono per minare la sicurezza complessiva delle infrastrutture nazionali, esponendo sistemi finanziari e reti energetiche ad attacchi devastanti.
Sul piano delle istituzioni sociali, la convergenza tra Stato e Big Tech crea un sistema sociale intrinsecamente insicuro e instabile. Le tecnologie di sorveglianza e profilazione non possiedono una neutralità etica: esse rappresentano strumenti dotati di spiccata attitudine al doppio uso. L'integrazione tra sistemi di intelligenza artificiale commerciale e ministeri della difesa o dell'interno crea un apparato di controllo pronto per essere impiegato da qualunque governo populista o autoritario, trasformando i diritti dei cittadini in concessioni revocabili. I sistemi di credito comportamentale e la censura preventiva erogata dagli algoritmi evidenziano come la sicurezza individuale si riduca a una finzione quando il dissenso politico viene classificato come una minaccia all'ordine pubblico o al mercato.
Infine, questo modello ibrido corrode l'elemento immateriale che garantisce la tenuta di ogni comunità umana: il capitale sociale e la fiducia reciproca. Quando la presenza di occhi elettronici e tracciamenti ideologici diventa la condizione ordinaria dell'esistenza, la fiducia tra cittadini lascia il posto al sospetto sistematico e all'isolamento. La società si frammenta in individui ansiosi e conformisti, timorosi delle ritorsioni sia dello Stato sia dei mercati. Un sistema sociale incapace di tutelare l'autonomia della persona perde la propria coesione interna e la propria legittimazione democratica, riducendosi a un'impalcatura coercitiva rigida ma fragile di fronte alle crisi storiche.
In conclusione, la lezione della sociologia, della geopolitica e della dottrina giuridica garantista ci ricorda che non vi può essere alcuna vera sicurezza per i cittadini e per i sistemi sociali senza la ferma conservazione e la valorizzazione delle libertà individuali. La sicurezza non è il risultato dell'alleanza tra governi e colossi tecnologici per il tracciamento totale delle condotte; essa coincide con la tutela effettiva dell'autodeterminazione, dell'inviolabilità dell'Habeas Data e del diritto di dissentire da qualsiasi potere dominatore. Difendere l'autonomia della persona, promuovere la crittografia come presidio di libertà e subordinare le tecnologie dell'intelligenza artificiale al controllo costituzionale rappresentano l'unica strada possibile per impedire che il futuro della democrazia venga consegnato a una tecnocrazia illiberale.
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