Il capitalismo non si presenta come un semplice strumento di scambio o un meccanismo neutro per distribuire risorse, ma come una struttura metafisica immanente, una visione del mondo che avvolge ogni respiro della vita sociale. Considerarlo un mezzo è l'errore categoriale più profondo che si possa commettere: esso è filosofia allo stato puro, una lente universale che ha colonizzato il pianeta senza ammettere confini esterni. Al centro di questo orizzonte si muove la forza propulsiva di un progresso indefinito che si alimenta del vuoto, di una mancanza costitutiva di mete ultime, in cui la valorizzazione del valore diventa l'unico scopo di se stessa. In questa corsa cieca, la natura viene desacralizzata e spogliata di ogni mistero, ridotta a pura materia prima ed energia tecnica da sussumere sotto il comando dell'accumulazione. Questa spinta si salda in un nesso indissolubile con l'evoluzione tecnologica, in cui ciascun fenomeno accelera il passo dell'altro: il capitale finanzia e orienta la scienza per abbattere le barriere spaziali e temporali, mentre la tecnica fornisce i dispositivi per automatizzare e moltiplicare il valore.
Tra l'avanzamento scientifico-tecnologico e il capitalismo, sussiste una relazione di mutualità indissolubile che spinge entrambi gli elementi a progredire incessantemente. Non esiste una fine di questo fenomeno, né un traguardo storico che possa decretarne la morte spontanea: finché esisterà il genere umano, il capitalismo come visione del mondo e il progresso tecnologico continueranno a dominare l'esistenza. Le forme della conoscenza tecnica e del capitalismo possono cambiare nei modi e nelle strutture, mutando pelle a seconda delle epoche, ma non sono terminabili né arrestabili in alcun modo. Ogni tentativo di porre loro un limite estrinseco, una barriera fisica o un confine invalicabile si rivela velleitario, poiché la natura stessa di questi vettori è quella di riassorbire ogni ostacolo trasformandolo in una nuova spinta produttiva e in una sfida conoscitiva.
Mentre questa macchina compie la sua corsa inarrestabile, la trama dei rapporti sociali subisce una silenziosa e pervasiva metamorfosi, riducendosi progressivamente al modello privatistico del contratto. La sovranità collettiva ripiega e lo spazio pubblico si assorbe nell'egemonia del sinallagma contrattuale: unico linguaggio universale che la modernità riconosce come legittimo. È la pura utilità a dettare legge, per cui ogni cosa — dall'ambiente alla stessa vita umana — non possiede valore intrinseco, ma esiste unicamente in funzione del dividendo economico che può generare. Il legame sociale, privato di ogni dimensione etico-politica non monetizzabile, si frammenta in una rete di contatti temporanei, regolati privatisticamente da accordi individuali, realizzando il disegno fondamentale dello spirito capitalista che mira alla mercificazione globale. In questo scenario non vi è spazio per l'armonia naturale o per la spontanea coordinazione tra produzione e consumo; la realtà del mercato è un'aporia strutturale, un'assenza di coordinamento che genera crisi endogene e ricorrenti. Ma la crisi non è l'annuncio di un collasso finale, bensì il carburante del movimento: il capitalismo si rigenera attraverso lo squilibrio, compiendo salti tecnologici e colonizzando preventivamente i desideri umani affinché le menti si conformino alle esigenze di consumo imposte dalla loro valorizzazione.
In questo ingranaggio universale, il lavoro umano rappresenta l'eccezione ontologica fondamentale. Pur presentandosi sul mercato come una merce qualunque da quantificare ed economizzare, il lavoro è la sostanza vivente del valore, l'energia vitale e cognitiva che fa muovere la macchina. Il capitale mobilita interamente le risorse culturali, intellettuali e affettive dell'individuo, distruggendo le vecchie comunità per gettare l'uomo nel flusso ininterrotto della produzione totale, adeguando l'antropologia stessa in funzione dello sviluppo delle forze produttive. Di fronte a questa mobilitazione planetaria, il rapporto tra mercato e Stato si rivela profondamente ambiguo. Lo Stato è infatti indispensabile per regolare la società, garantire i contratti e gestire le emergenze che minacciano l'ordine borghese; eppure, passata la crisi, viene disapprovato. È un moto perpetuo in cui il mercato invoca l'autorità pubblica per salvarsi dal disastro, per poi cercare di scrollarsela di dosso non appena il pericolo è cessato. I tentativi di regolare eticamente questa macchina dall'esterno, attraverso codici deontologici o sermoni moralizzanti, si rivelano velleitari e patetici: il sistema possiede già un suo ethos immanente ed epico, orientato all'accumulazione infinita, di fronte al quale le prediche morali non sono che insignificanti bagatelle.
È proprio in questa cornice di inarrestabile ed eterna evoluzione che deve intervenire la politica. La sua risposta non può consistere nell'illusione di porre un limite, ovvero una fine temporale o un confine censorio allo sviluppo scientifico, tecnologico e capitalista, che per loro natura non possono essere limitati o terminati. L'intervento della politica deve essere radicalmente differente e risiede nel definire un fine, inteso come scopo ultimo e direzione teleologica. Se lo sviluppo tecnico ed economico è un vettore quantitativo e cieco, la politica deve assumersi il compito sovrano di stabilire le finalità di utilizzo di questo potenziale. La domanda fondamentale della politica non è come arrestare la macchina, ma a quale scopo destinarne la potenza. Solo dando un fine etico e collettivo alla conoscenza tecnologica e all'accumulazione di risorse sarà possibile governare la loro evoluzione, facendo finalmente corrispondere lo sviluppo materiale con il vero progresso umano. La politica deve ricollocare la tecnica e il capitale al servizio della affermazione sociale e del bene collettivo, trasformando un dinamismo altrimenti distruttivo e autoreferenziale nell'alleato di una comunità cosciente del proprio destino.