Sincronizzato

AstoriaStreet Herald

Venerdì 28 agosto 2026
"Quello che non succede nelle parole è vero solo per la metà"
€1.50
Torna alla Prima Pagina
Inchieste sabato 15 agosto 2026

Il continente sconosciuto

Quattro Sguardi Maschili sull'Universo Femminile: «La grande domanda che non ho mai saputo rispondere è: cosa vuole una donna?»

«La grande domanda che non ho mai saputo rispondere, nonostante trent'anni di ricerca sulle anime femminili, è: cosa vuole una donna?»

— Sigmund Freud

Con queste parole, pronunciate verso la fine della sua esistenza, Sigmund Freud sigillava un'impotenza che non era solo scientifica, ma esistenziale. L'uomo che aveva dissotterrato l'inconscio, che aveva mappato i meandri della mente umana, si trovava di fronte a un territorio che persisteva nella sua opacità: il continente femminile. Non un luogo geografico, ma un cosmo interiore, una galassia di desideri, pulsioni e logiche che sfuggivano alla ragione maschile come l'acqua tra le dita.

Ma questo continente non si rivela allo stesso modo a ogni età. L'uomo lo osserva con occhi diversi: prima da bambino, da adolescente, da adulto, infine da vecchio. In ogni fase, il mistero si riadatta, muta forma, si fa più inquietante o più dolce, ma non si dissolve mai del tutto.

Il bambino: l'abisso materno

Per il bambino maschio, il cosmo femminile ha un nome: Mamma. Non è ancora un universo lontano, ma il primo universo, quello primordiale da cui proviene. Il piccolo uomo vive nel grembo di un'alterità totale, avvolto in un'atmosfera di cui non percepisce i confini. La madre è il mondo intero: nutrimento, calore, voce, ritmo, presenza assoluta. Eppure, già in questa fase beatifica, si annida un'ambiguità fondamentale.

Il bambino sente che la madre possiede qualcosa che lui non ha: la capacità di essere due in uno, di contenere, di generare, di trasformare il nulla in qualcosa. La madre è un mago che fa apparire il latte dal proprio corpo, che sa quando lui ha fame prima che lui stesso lo sappia, che legge pensieri che lui non ha ancora pensato. Questa onniscienza è confortante e, insieme, spaventosa. Perché se lei sa tutto di lui, quanto di lei lui non sa?

Già nel bambino si insinua il primo germe della domanda freudiana. La madre parla, ride, piange, si allontana, ritorna — e il piccolo non capisce le leggi che governano questi movimenti. C'è un momento, fondamentale, in cui lei esce dalla stanza. Il bambino resta solo con il suo terrore. Il mondo femminile, per un attimo, si chiude come un libro in una lingua sconosciuta. E quando lei ritorna, il sollievo è così grande da cancellare la domanda, ma non la sua memoria: essa è solo sepolta nell'inconscio, da dove emergerà nei decenni.

Il bambino guarda il cosmo femminile con occhi che non sanno ancora distinguere l'io dall'altro. Eppure, sente che quell'altro è più vasto, più antico, più potente. La paura è quella dell'annientamento: se la madre scompare davvero, lui cessa di esistere. La fascinazione è quella dell'origine: lei è il porto da cui è partito, e ogni porto esercita un'attrazione magnetica anche quando si naviga lontano.

L'adolescente: l'Altro che brucia

Poi arriva l’adolescenza, e con essa un terremoto. Il cosmo femminile, che fino a ieri si chiamava madre, si moltiplica, si frammenta, si fa popolazione. Le compagne di classe, le ragazze del quartiere, le figure lontane su uno schermo: tutto diventa femminile, tutto diventa enigma. Il corpo del bambino si risveglia con desideri che non capisce, e il primo oggetto di questi desideri è anche il primo mistero.

Per l'adolescente maschio, la donna diviene un ossimoro vivente: è contemporaneamente troppo vicina e irraggiungibilmente lontana. La sua mente, ancora un laboratorio di chimica instabile, cerca formule per decifrare il comportamento femminile. Perché lei ride adesso? Perché ha smesso? Cosa significa quel gesto, quella frase, quel silenzio? L'adolescente costruisce teorie elaborate, sistemi di spiegazione che crollano al primo contraddittorio. Ogni ragazza è un continente a sé, eppure tutte sembrano condividere una lingua che lui non possiede.

Qui emerge con violenza la paura. Non più la paura infantile dell'abbandono, ma una paura più sottile, più esistenziale: la paura di non essere all'altezza, di non possedere ciò che si richiede, di non essere sufficiente per quel mistero. Il corpo femminile, che prima era tabù, diviene oggetto di ossessione e di terrore. L'adolescente scopre che le ragazze desiderano. Ma cosa? Non lui, di certo, o almeno non nel modo in cui lui desidera loro. Il desiderio femminile sembra operare secondo logiche inavvicinabili, regole non scritte, criteri che sfuggono alla comprensione.

La fascinazione, a quest'età, ha i colori della follia. L'adolescente può innamorarsi perdutamente di un gesto, di un modo di camminare. Proietta sull'universo femminile tutta la propria ricchezza interiore — e tutta la propria povertà. La donna diviene lo specchio in cui lui cerca di riconoscersi, ma lo specchio parla una lingua enigmatica. E quando parla, spesso dice cose che feriscono, umiliano, respingono. Il rifiuto femminile, per l'adolescente, non è mai solo un «no»: è una sentenza cosmica, un giudizio sul suo valore di uomo.

Freud, in questa fase, avrebbe visto all'opera il complesso di Edipo in versione adolescenziale: il desiderio di possedere ciò che il padre possiede (o ha posseduto), la rivalità, la paura della castrazione simbolica. Ma c'è di più. L'adolescente scopre che il cosmo femminile non è solo l'oggetto del desiderio, ma il soggetto di un desiderio autonomo. E questa autonomia è inquietante, perché mette in discussione il primato del suo sguardo. Lui non è più il centro; lei ha un centro proprio, inaccessibile.

L'adulto: la convivenza con l'enigma

L'uomo adulto, se ha fortuna, impara a convivere con il mistero. Non lo risolve — nessuno lo risolve — ma smette di pretendere che si risolva. Sposa, convive, frequenta, ama. Costruisce ponti verso il continente sconosciuto, stabilisce commerci, impara qualche parola della lingua locale. Eppure, nel cuore della notte, la domanda freudiana torna a bussare: cosa vuole davvero?

L'adulto ha ormai capito che la risposta non è nascosta in un segreto da estorcere, ma risiede in una differenza strutturale. La donna non è un enigma da risolvere, ma un altro modo di essere nel mondo. Eppure questa consapevolezza intellettuale non cancella l'emozione primordiale. Ci sono ancora i silenzi che spaventano, le lacrime che non capisce, le decisioni che sembrano contraddittorie. L'adulto impara a non chiedere più spiegazioni, o a chiederle con meno disperazione. Ha capito che alcune risposte non esistono, o esistono solo per un attimo, poi mutano.

Il desiderio, a quest'età, si fa più complesso. Non è più solo erotico, ma esistenziale. L'uomo adulto cerca nella donna non solo il piacere, ma la conferma, la compagnia, la sfida, la pace. E trova, spesso, che lei è tutte queste cose e nessuna, a turno, senza preavviso. La paura si trasforma: non è più la paura del rifiuto adolescenziale, ma la paura della differenza irriconciliabile. La paura che, nonostante gli anni, i figli, le promesse, i progetti condivisi, esista sempre un baratro incompressibile tra il suo modo di sentire ed il modo di sentire femminile.

L'adulto guarda il cosmo femminile con occhi stanchi ma più saggi. Ha imparato che la mappa non è il territorio, che le donne non sono un «essere» da definire ma una molteplicità di esistenze. Eppure, proprio in questa molteplicità, persiste l'ombra della domanda originaria. Perché se ogni donna è un universo, come si fa a navigare senza una bussola? La risposta, amara, è che non si naviga: si deriva. Si lascia portare, si adatta, si spera.

L'anziano: la rassegnazione illuminata

Nella vecchiaia, il ciclo si chiude. L'uomo anziano guarda il cosmo femminile con occhi che hanno visto troppo per essere ingenui, ma anche con una tenerezza nuova. Il mistero non si è risolto, ma si è addomesticato. Non nel senso che è stato conquistato, ma nel senso che si è imparato a vivere accanto a esso, con rispetto, con affetto, senza pretendere di capirlo del tutto.

L'anziano sa che la domanda freudiana era, in fondo, una domanda mal posta. Non si tratta di «cosa vuole una donna», ma di «come si fa a volere insieme, pur non sapendo cosa si vuole?». La paura si è fatta lieve, quasi nostalgica. Manca l'energia del desiderio adolescenziale, ma non manca la riconoscenza per averlo provato. La fascinazione persiste, ma ha i toni del tramonto ed è meno febbrile.

C'è, nel vecchio, una specie di saggezza finale: accettare che il continente femminile resterà sconosciuto, e che questa sconoscenza non è un fallimento, ma la condizione stessa dell'incontro. Se lo avesse capito, avrebbe sofferto meno. Se l'avesse capito lei, forse anche lei avrebbe sofferto meno. Ma la sofferenza, si sa, è il prezzo del mistero.

Freud e Lacan: due mappe per lo stesso abisso

Freud, nel suo celebre passo, non stava ammettendo una semplice ignoranza. Stava indicando un limite strutturale della psicoanalisi. La sessualità femminile, per lui, era un territorio oscuro perché la donna stessa non vi aveva pieno accesso. L'inconscio non conosce il genere; eppure, la struttura psichica femminile sembrava sfuggire alle categorie freudiane, costruite sul modello maschile (il complesso di Edipo, la paura della castrazione, l'invidia del pene). La donna, per Freud, era un «continente sconosciuto» perché la sua sessualità non si lasciava ridurre a una topografia precisa. Era, in qualche modo, altro rispetto allo schema teorico.

È Jacques Lacan a spingere questa intuizione fino alle sue estreme conseguenze. Per Lacan, la domanda «cosa vuole una donna?» è destinata a restare senza risposta non per mancanza di dati, ma per ragione formale. La donna, dice Lacan in un celebre seminario, non esiste. Questa affermazione scandalosa non è un insulto misogino, ma una tesi ontologica: non esiste un significante universale, simbolico, che possa definire «la donna» come categoria totale. La donna è «non-tutta» (pas-toute): non si lascia ridurre al dominio del significante fallico, che è l'unico significante di legge disponibile nella struttura simbolica.

In altre parole: il desiderio maschile si articola attraverso il fallo, attraverso l'identificazione con un significante di potere e di legge. Il desiderio femminile, invece, sfugge a questa totalizzazione. La donna ha un rapporto «supplementare» con il significante fallico: non si identifica completamente in esso, ma vi partecipa in modo parziale, ambiguo, non esaustivo. Ecco perché l'uomo, che pensa e desidera attraverso il fallo, non può che percepire la donna come un enigma. Non la comprende perché non c'è niente da comprendere nel senso in cui lui intende la comprensione.

Lacan aggiunge un altro tassello cruciale: il desiderio dell'Altro. L'uomo non desidera la donna in sé, ma desidera essere l'oggetto del desiderio della donna. Il suo interrogativo «cosa vuole una donna?» si traduce in realtà in: «cosa devo essere per essere desiderato da lei?». E qui sta il tragico: la risposta non c'è, perché il desiderio femminile non ha un oggetto stabile, non si lascia ridurre a una formula. L'uomo cerca di diventare ciò che lei vuole, ma lei non vuole una cosa precisa — o meglio, vuole qualcosa che non si può possedere, qualcosa che sfugge all'economia fallica.

Per Lacan, l'amore è il modo in cui si cerca di colmare questa impossibilità. L'uomo ama la donna come sintomo: come quel punto opaco, quella macchia cieca attraverso cui egli tenta di dare forma al proprio godimento. E la donna, analogamente, ama l'uomo come suo sintomo. L'incontro amoroso è dunque non la risoluzione dell'enigma, ma la sua abitazione condivisa. Due esseri che non capiscono il desiderio dell'altro, ma che decidono di non farsene un problema, o almeno di farsene un problema gestibile.

Epilogo: L’incanto del non-sapere

Forse la saggezza ultima — quella che il vecchio, guardando indietro, potrebbe trasmettere — è che il continente femminile non va conquistato, ma amato nella sua irriducibilità. La paura, il desiderio, la fascinazione non scompaiono, ma cambiano musica. Diventano una specie di melodia di fondo, un ronzio lieve che accompagna la vita.

Freud aveva ragione: non si può rispondere alla domanda. Ma forse la domanda stessa era un modo per tenere aperto il dialogo, per non arrendersi alla tentazione di ridurre l'altro a un'ombra di sé. Il cosmo femminile resta misterioso non perché le donne nascondano qualcosa, ma perché il desiderio — di chiunque — è per definizione inesauribile, inafferrabile, poetico.

E forse, in fondo, è questa la vera lezione: non capire è la condizione più autentica dell'incontro. Il bambino lo sapeva istintivamente, quando guardava la madre allontanarsi. L'adolescente lo aveva dimenticato, nel fuoco del proprio narcisismo. L'adulto lo ha imparato a spese sue. Il vecchio lo ricorda, con un sorriso. Il continente sconosciuto non è un difetto della cartografia, ma la prova che il mare esiste ancora, e che navigare ha ancora senso.

Appendice: Citazioni e riferimenti bibliografici

Sigmund Freud

1. «Cosa vuole una donna?» / Was will das Weib?

«The great question that has never been answered, and which I have not yet been able to answer, despite my thirty years of research into the feminine soul, is “What does a woman want?”»

(La grande domanda che non ha mai avuto risposta e che non sono ancora riuscito a rispondere, nonostante trent'anni di ricerca sull'anima femminile, è: “Cosa vuole una donna?”)

Attribuzione discussa: spesso riferita a una lettera a Marie Bonaparte del 1925, ma associata anche agli scritti tardi, in particolare L'uomo Mosè e la religione monoteistica (1939) e la XXXIII conferenza delle Nuove conferenze di introduzione alla psicoanalisi (1933), intitolata La femminilità (Die Weiblichkeit).

2. Il «continente sconosciuto» (dark continent)

«We know less about the sexual life of little girls than of boys. But we need not feel ashamed of this distinction; after all, the sexual life of adult women is a dark continent for psychology.»

(Sappiamo meno della vita sessuale delle bambine che di quella dei bambini. Ma non dobbiamo vergognarci di questa distinzione; dopotutto, la vita sessuale della donna adulta è un “continente sconosciuto” per la psicologia.)

Fonte precisa: S. Freud, Die Frage der Laienanalyse (The Question of Lay Analysis, 1926), in The Standard Edition of the Complete Psychological Works, vol. 20, p. 212. L'espressione inglese “dark continent” traduce il tedesco “dunkler Kontinent”, ripreso dall'esploratore Henry Morton Stanley.

Jacques Lacan

3. «La donna non esiste» (La femme n'existe pas)

«La femme n'existe pas» (La Donna — con l'articolo determinativo barrato — non esiste.)

Lacan non intende negare l'esistenza delle donne empiriche, ma afferma l'impossibilità di un significante universale che totalizzi «la Donna» come categoria simbolica. L'aporisma compare nel Séminaire XX, Encore (1972-1973), ed. J.-A. Miller, Paris, Seuil, 1975, ed è ripreso in Télévision (1973). Lacan aveva già anticipato la tesi affermando che «il n'y a pas de symbolisation du sexe de la femme comme tel» nel Séminaire V, Les formations de l'inconscient (1957-58).

4. Il «non-tutta» (pas-toute) e le formule della sessuazione

«C'est de l'élaboration du pas-tout qu'il s'agit de frayer la voie [...]. C'est mon vrai sujet de cette année derrière cet Encore et c'est un des sens de mon titre.»

(È dell'elaborazione del non-tutto che si tratta di aprire la via [...]. È il mio vero soggetto di quest'anno, dietro questo Encore, ed è uno dei sensi del mio titolo.)

Il concetto di pas-tout (in italiano reso come «non-tutta» o «non-tutto») designa la posizione femminile nelle formule della sessuazione introdotte nel Séminaire XX, Encore: la donna non è tutta sottomessa alla funzione fallica, e questa non-totalizzazione le apre a une jouissance supplémentaire, oltre il fallo.

5. «Non c'è rapporto sessuale» (Il n'y a pas de rapport sexuel)

«Il n'y a pas de rapport sexuel [...] qui puisse s'écrire.»

(Non c'è un rapporto sessuale [...] che possa essere scritto.)

Enunciata nel Séminaire XX, Encore (1972-1973) e ripresa nei seminari successivi (ad esempio nel Séminaire XXI, Les non-dupes errent, lezione del 15 gennaio 1974). Il rapporto sessuale non è inesistente come fatto biologico, ma impossibile da iscrivere simbolicamente.

6. La donna come «sintomo» (symptôme / sinthome)

Séminaire XXII, R.S.I. (lezione del 21 gennaio 1975, in Ornicar?, n° 3, maggio 1975, p. 108): «Et je saute le pas — pour qui est encombré du phallus, qu'est-ce qu'une femme ? C'est un symptôme.»

(E faccio il salto — per chi è ingombro del fallo, cos'è una donna? È un sintomo.)

«Joyce le symptôme» (in Autres écrits, Paris, Seuil, 2001, p. 569): «Une femme, par exemple, elle est symptôme d'un autre corps.»

(Una donna, per esempio, è sintomo di un altro corpo.)

Il passaggio du symptôme au sinthome (antica ortografia recuperata da Lacan nel Séminaire XXIII, 1975-1976) indica che la donna non è più concepita come oggetto da decifrare, ma come un nodo irriducibile di godimento che tiene insieme i registri del Reale, del Simbolico e dell'Immaginario.

Riepilogo bibliografico

Concetto

Autore

Opera principale

Anno

«Cosa vuole una donna?»

S. Freud

Lettera a M. Bonaparte / L'uomo Mosè

1925-1939

«Continente sconosciuto»

S. Freud

Die Frage der Laienanalyse

1926

«La femme n'existe pas»

J. Lacan

Séminaire XX: Encore

1972-1973

Pas-toute

J. Lacan

Séminaire XX: Encore

1972-1973

«Il n'y a pas de rapport sexuel»

J. Lacan

Séminaire XX: Encore (e XXI)

1972-1974

«Une femme est un symptôme»

J. Lacan

Séminaire XXII: R.S.I.

1975

«Symptôme d'un autre corps»

J. Lacan

«Joyce le symptôme», Autres écrits

1975

Dalla Biblioteca dell'Autore Novità Editoriale • Kindle & Cartaceo

ELEMENTO «D»

Manuale di Autodifesa Digitale & Privacy
Di Domenico T. Zambano

Guida teorica e pratica contro il capitalismo della sorveglianza e il tracciamento di massa. Strumenti essenziali per tutelare la propria libertà e riservatezza.

Torna all'Edizione Odierna