C’è una finestra temporale, assai esigua e inesorabilmente destinata a chiudersi, che definisce l'esperienza di chi è nato tra gli anni Sessantanta e Settanta. I cinquantenni e i sessantenni di oggi sono l'ultima generazione ad aver avuto esperienza dei fondamenti del pensiero critico, della memoria storica e della percezione della realtà nel mondo, prima che gli algoritmi invadessero la vita di ciascuno.
L'avvento dell'Intelligenza Artificiale Generativa e dei sistemi di potere ad essa connessi non segna semplicemente un'evoluzione tecnologica, ma una vera mutazione antropologica. Stiamo assistendo al tramonto di quella che potremmo definire "libertà cognitiva", sostituita da un'architettura del consenso in cui la realtà è fluida, la memoria è riscrivibile e il pensiero critico è delegato a macchine prive di coscienza.
I cinquantenni e i sessantenni hanno vissuto l'infanzia e l'adolescenza nell'era nella quale la conoscenza richiedeva uno sforzo cognitivo. L'informazione era scarsa, la sua verifica richiedeva tempo, fatica e confronto. La lettura di un libro, l'attesa del giornale cartaceo, la ricerca in un archivio fisico imponevano una pausa tra lo stimolo delle notizie apprese e la reazione alla loro elaborazione. In quello spazio tra assunzione dell’informazione e la sua elaborazione cosciente nasceva il pensiero critico.
Hannah Arendt in Verità e politica affermava che: "La verità fattuale non è mai stata amata dagli uomini di potere, che la considerano giustamente come una delle più grandi minacce alla loro egemonia". Tuttavia, nel secolo scorso, la verità fattuale possedeva una resistenza materiale. Una fotografia era una prova incontrovertibile della realtà; un documento d'archivio possedeva un proprio peso sia fisico che temporale.
Oggi, i sistemi di IA hanno dissolto questa materialità. I deepfake, le allucinazioni dei Large Language Models (LLM) e la generazione sintetica di massa, invera la profezia di Jean Baudrillard dove si afferma il trionfo definitivo del "Simulacro": una realtà senza origine né fondamento reale, in cui la mappa ha preceduto e cancellato il territorio.
Il rischio più evidente non è solo la distorsione della realtà, ma l'ingegneria del consenso su scala industriale. I sistemi di potere – siano essi governativi autoritari o monopoli tecnologici transnazionali – utilizzano l'IA non per informare, ma per prevedere e modellare il comportamento umano.
Shoshana Zuboff, ne Il capitalismo della sorveglianza, ha documentato come i dati umani vengano estratti per creare "prodotti predittivi" volti a modificare il comportamento degli utenti a scopo di lucro o di controllo. Con l'avvento dell'IA generativa e dei modelli di linguaggio personalizzati, questo controllo si fa psicopolitico. Secondo Byung-Chul Han, non siamo più soggetti a un potere che ci dice cosa non fare (la società disciplinare di Foucault), ma a un potere che modella i nostri desideri, facendoci credere di agire liberamente.
Yuval Noah Harari lancia un avvertimento inquietante: "Se i sistemi esterni ci conoscono meglio di quanto noi conosciamo noi stessi, l'autorità si sposta dagli umani agli algoritmi. La democrazia crolla quando l'IA sa manipolare le mie emozioni e convincermi a votare in un certo modo, o a comprare un'auto, o a credere in una teoria del complotto". I cinquantenni e i sessantenni, avendo conosciuto il concetto di "opinione pubblica" nata dal dibattito e non dall'ingegneria neurale, sono gli ultimi a possedere l'anticorpo mentale per riconoscere questa manipolazione.
Forse l'aspect più tragico di questa transizione è la perdita della memoria reale della storia. Le generazioni odierne over 50 custodiscono la memoria fisica degli eventi storici: il rumore delle rotative, le immagini sgranate ma inconfutabili dei telegiornali, i volti non ritoccati dei leader politici, la polvere degli archivi.
L'IA introduce il rischio del "revisionismo in tempo reale". I modelli di IA possono essere istruiti per alterare retroattivamente il contesto storico, generare documenti falsi ma filologicamente perfetti, o cancellare interi eventi dai database di addestramento (il cosiddetto data poisoning o machine unlearning).
George Orwell, in 1984, scrisse: "Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato". Nel Novecento, falsificare il passato richiedeva la distruzione fisica di documenti e l'intimidazione di testimoni. Oggi, con l'IA, il passato diventa un database fluido, manipolabile con un prompt. La memoria storica, pilastro dell'identità e della coscienza critica, viene sostituita da una "storia sintetica" generata su misura per compiacere il bias di chi detiene le chiavi del server.
Cosa significa, dunque, essere un cinquantenne o un sessantenne oggi? Si è abbastanza giovani da aver compreso i codici del mondo digitale, ma abbastanza vecchi da ricordare com'era il mondo quando la verità non era negoziabile e la libertà di pensamento non era un sottoprodotto dell'architettura di una rete neurale.
Questa generazione si trova di fronte a una responsabilità storica inedita: non può limitarsi a essere un reperto museale della "mente analogica". Deve farsi custode del metodo critico, trasmettendo alle generazioni più giovani – i nativi digitali che stanno per diventare i nativi dell'IA – l'importance dell'attrito, del dubbio, della verifica e della fatica del pensiero autonomo.
L'Intelligenza Artificiale è uno strumento di una potenza inaudita, ma i sistemi di potere che la utilizzano rischiano di trasformarla in una prigione invisibile in cui le sbarre sono fatte di conferme algoritmiche e la sorveglianza è internalizzata.
I cinquantenni e i sessantenni di oggi sono gli ultimi testimoni oculari di un'epoca in cui l'essere umano era l'unico autore della propria coscienza. Il loro compito, nell'era che stiamo per affrontare, è ricordare all'umanità che la libertà non è l'assenza di vincoli, ma la capacità, faticosa e meravigliosa, di pensare controcorrente, di dubitare della macchina e di cercare la verità anche quando questa non è comoda, non è generata da un algoritmo, e non appare sullo schermo.